mercoledì 23 maggio 2012

Il vecchio e il viaggiatore

Arrivò un viaggiatore. Aveva percorso tutte le strade del mondo; aveva visitato tutte le città della terra; conosceva l'odore di tutte le terre e il sapore di tutti i mari; sapeva che il volto della luna era diverso, da ogni posizione la si osservasse. Mentre viaggiava, pensava che al suo ritorno avrebbe potuto raccontare quella straordinaria esperienza. Così, per non dimenticare, annotava giorno per giorno il suo diario. Finalmente giunge in prossimità del suo villaggio, nel bosco, dove scorre il fiume e vede il vecchio. Lo saluta. Dopo i convenevoli, l'uomo comincia la narrazione della sua esperienza. Quel racconto incanterebbe chiunque. Le sue parole sono meravigliose e si propagano in tutto il bosco. Il vecchio lo ascolta sempre seguendo il fiume che scorre. A un tratto lo interrompe: "Le parole ti hanno portato molto lontano. Ora che sei tornato, specchiati in queste acque". Il viaggiatore si sporge oltre l'argine del fiume. Cerca il suo riflesso, ma non lo trova e domanda: "Perché non riesco a vedermi?" Il vecchio risponde: "Dal tuo lungo viaggio hai riportato molte parole, ma hai perso la tua immagine. Ora devi ritrovarla. Siediti e osserva".

lunedì 23 aprile 2012

Storiella giapponese

C'è un villaggio vicino al bosco. C'è un fiume che scorre nel bosco. Sulla sponda del fiume è seduto un vecchio. Osserva il fiume che scorre, tutti i giorni, da quando ha smesso di fare il guerriero. Un giorno, però, la sua pace viene turbata da un mercante che si trova già sulla sponda del fiume al suo arrivo, all'alba. Il vecchio cerca di ignorare l'uomo ma quello, che ha vagato per tutta la notte, inizia narrare la sua storia. Ha perso tutto quello che aveva, tutte le sue ricchezze e anche la sua famiglia lo ha abbandonato. Dopo un lungo e particolareggiato racconto, l'uomo sembra ancora più disperato e inizia a piangere, come un bambino. Solo in quel momento il vecchio si volta e gli dice: "Vedi questo fiume? Ha continuato a scorrere, nonostante le sventure in cui ti sei imbattuto. Questo fiume scorre dentro di te e non lo puoi fermare. Ogni giorno scorre in modo diverso. Il tuo compito è quello di essere un fiume e di lasciare che scorra, senza cercare di trattenerlo". Il mercante smise di pensare al suo dolore e iniziò a osservare il fiume anche lui, seduto accanto al vecchio guerriero, sulla sponda, tutti i giorni, da quel momento per il resto della sua vita.

sabato 14 aprile 2012

LA CASA DI ALCHEMILLA: Dislessia

LA CASA DI ALCHEMILLA: Dislessia: Una gemma preziosa, pronta a sbocciare: questo sei, figlia mia Oggi è arrivato finalmente il giorno dell'ufficialità. Ci sono voluti sei ...

sabato 7 aprile 2012

Shlomo Venezia racconta

Shlomo Venezia è uno dei pochi sopravvissuti del Sonderkommando di Auschwitz-Birkenau. Lui ha un tatuaggio vero sul braccio. È un testimone oculare dei fatti, a dispetto dei "documenti silenziosi" che per i revisionisti toglierebbero alcune responsabilità ai nazisti. Shlomo Venezia ha scritto un libro "Sonderkommando Auschwitz" edito dalla BUR (esiste anche l'e-book). Ma è anche possibile vederlo e ascoltarlo su YouTube. Dovremmo giornalmente pensare a quello che è successo, dovrebbe essere la nostra "preghiera" quotidiana. Non per avvilirci, ma perché non é possibile fare altrimenti. I dolori si superano, ma non si dimenticano. Quello che ha contraddistinto il secolo passato è troppo eclatante perché venga relegato in un angolo della nostra memoria, come un soprammobile vecchio che non vogliamo buttare ma che teniamo in cantina. Forse l'Olocausto dovrebbe indurci a ripensare anche la storia. Oggi non possiamo essere come prima di quell'evento. Ciascuno di noi non può essere lo stesso, come l'astronauta che va sulla luna non può essere lo stesso dopo il suo viaggio. Le parole non possono essere le stesse, così come le idee, la politica, la fede. L'umanità non può recuperare la sua innocenza, nemmeno con l'aiuto dei revisionisti.

venerdì 6 aprile 2012

Negare l'Olocausto

Negare che gli ebrei nei campi di concentramento si trovassero lì non per essere sterminati, ma semplicemente perché erano inseriti nel progetto politico denominato "Soluzione finale della questione ebraica territoriale", di un governo in guerra, quello tedesco. In sostanza, stando al video pubblicato su YouTube "Wissen macht frei", è la parola "olocausto" che disturba i revisionisti. Perché non si cita mai il termine "territoriale" parlando della soluzione finale? Chiede il professore revisionista Faurisson. Il governo tedesco voleva solo raccogliere in un unico territorio tutti gli ebrei. Per mandarli via dall'Europa?
C'è poi un altro elemento di questo video interessante che riguarda il metodo storico. Le testimonianze sarebbero fonti secondarie rispetto ai documenti. Il documento stabilisce che un fatto è accertato. Quindi il documento per la storia è quello che esprime le intenzioni dello scrivente. Se non c'è scritto, non è mai accaduto?
La questione dell'Olocausto non è solo una questione di sottigliezze storiografiche, dal momento che è solo da poco che ha smesso di essere cronaca. Rastrellare le persone, trasferirle stipate su carri bestiame in campi di lavoro e farle vivere in condizioni disumane, fino alla morte, ha a che fare con la dignità umana. Può anche non esserci scritto sui documenti che l'intenzione fosse un genocidio (e sarebbe comunque stato da sciocchi per il Reich dichiararlo per iscritto, come lo sarebbe per dei terroristi progettare una strage al cellulare!), il punto è che esistono persone sopravvissute a quell'esperienza, che possono ancora raccontarla, che portano sul braccio il tatuaggio della loro prigionia.
Ciò che è accaduto agli ebrei (e con loro ai testimoni di Geova e agli omosessuali) non è stato un incidente di percorso, da riportare come accessorio alla seconda guerra mondiale. Rappresenta un male, forse ormai cronico, del '900 con cui rapportarsi costantemente. E' rappresentativo di cosa succede quando gli individui si sottomettono acriticamente al potere e all'autorità; di quanto sia talvolta labile il senso che si da alla vita pur di raggiungere i propri scopi; di come il perbenismo talvolta ci faccia dimenticare che le persone valgono più di tutto il resto.



venerdì 30 marzo 2012

Cena letteraria

Risate. Rumore di posate che percuotono i piatti. Un vociare confuso di gente allegra. È una cena, a casa di uno famoso. Circa quattromila cinquecento anni fa ha scritto un'epopea. È tra i più attempati della comitiva. Uno che ha esperienza in fatto di uomini. Sono millenni che li osserva, e in fondo sembrano non essere cambiati molto. Ancora formulano teorie, ma non si sono accorti che ogni teoria è figlia del proprio tempo e che prima o poi verrà soppiantata da un'altra. Intanto, però, è grottesco - dice con un punta di amarezza nel tono scherzoso - che per quelle teorie si accapiglino così, senza ritegno. Chi glielo fa fare? Chi glielo fa fare? Risponde un altro, che fa finta di non essere il solito buontempone. Quando le teorie servono per imporre il potere... Non termina la frase; il discorso si sta riscaldando e qualcuno beve un sorso di vino per togliersi dall'imbarazzo. Su, su, amici! Esclama un vocione goliardico. Mi sono inventato una storia di guerra: sangue e disperazione. Ho messo in subbuglio persino l'Olimpo con tutte quelle battaglie. Il mio scopo (perché a quel tempo pensavo ingenuamente che i poeti ne avessero uno) era quello di parlare dell'arte bellica e dell'eroismo. Poi, il racconto prese il sopravvento sulla filosofia, le immagini sui pensieri, l'ironia sulla gravità, la bellezza di una donna sulla forza. I miei amici, a cui avevo parlato di questo cambiamento di direzione, mi dicevano di non essere ridicolo e di tornare a considerare lo scopo del mio poema. Ma, sentite, io mi sono ribellato. Così all'origine di quella gran canizza c'ho messo una poveretta che da quel momento è andata a finire sulla bocca di tutti. Risate. Ah, a me è successa una cosa simile. Mi avevano commissionato un intero libro in cui raccogliere una serie di norme. Ma non appena ne scrivevo una, saltava fuori nella mia fantasia un racconto che rappresentava l'esatto contrario ed era proprio quello a fare la storia. Insomma, se i due del giardino non avessero mangiato il frutto, in fondo oggi non staremmo qui a parlarne... Tutti ammutolirono. Aveva toccato un altro tasto delicato. Buonanotte.

Compiti a casa

Meirieu Philippe, I compiti a casa. Genitori, figli, insegnanti: a ciascuno il suo ruolo, Feltrinelli, 2003.


giovedì 29 marzo 2012

Compiti a casa


Compiti sì, compiti no. Mia madre a dieci anni chiese di andare in collegio. Perché vedesse nello studio una via di evasione e non nel denaro è un mistero. Viveva in un piccolo paesino di campagna e aveva intorno a sé persone concrete, come la pagnotta che ogni giorno dovevano spartirsi, lontane dall’immaginare quali spazi mentali e reali potesse spalancare la cultura. La scuola era un mero accessorio, talvolta anche fastidioso. Inoltre nascondeva lo spettro di costi inutili: quaderni, matite, libri non si potevano mangiare, non si potevano indossare, si consumavano e rispondevano all’utilità di un solo individuo, lasciando gli altri della famiglia totalmente estranei e indifferenti. Perché mai le saltò in mente di progettare la sua fuga dalla libertà campagnola? Si preparò all’esame di ammissione per l’accesso alle medie, frequentando di nascosto delle lezioni private da un insegnante generoso. Quando la scoprirono ormai il danno era fatto e i miei nonni accettarono di mandarla in collegio. Era un collegio di suore. La giornata era cadenzata, si svolgeva ad un ritmo costante e lo studio rientrava in modo armonioso in quegli spazi che le suore custodivano.
Quando mia madre era piccola, se vivevi in campagna e volevi spiccare il volo ed eri femmina, avevi due alternative: o ti facevi sposare da un americano, o chiedevi di andare in collegio. Strappavi cioè al destino un tuo spazio, per sognare. Per costruire il futuro serve prima di tutto la fantasia, immaginare come può cambiare la tua vita se... Ecco allora che diventa interessante e desiderabile anche una versione di latino. I compiti? A scuola, a casa, li faresti ovunque se rivestissero il potere magico di far emergere i tuoi desideri innati, le tue inclinazioni. Se prendessero le forme del gioco

mercoledì 28 marzo 2012

La rabbia di Achille


Seduto per terra, teneva strette al petto le ginocchia. La fronte batteva contro di loro, come per essere trafitta. Gli occhi vedevano l’immagine di Agamennone venire a portargli via il bottino, seguito dall’Onta che lo avrebbe colpito dritto al volto, stendendolo come mai nessun nemico aveva fatto. Gli aveva strappato in virtù del suo potere quello che lui si era conquistato rischiando la vita. Non era solo un bottino Briseide, né solo una donna per il suo piacere. Era la dolcezza versata sulla spada, sulla corazza, sul fango incrostato sulla pelle; mentre accarezza un volto tumefatto. E ora doveva combattere ancora. Era il suo destino. La rabbia lo avrebbe risollevato dall’umiliazione. La battaglia gli avrebbe ricordato di essere un semidio.

lunedì 26 marzo 2012

Donne e libri


Faceva caldo il pomeriggio in campagna, durante l’estate. Le persiane socchiuse lasciavano passare l’aria abbastanza luminosa da permetterci di leggere. Strofinavi le gambe contro le lenzuola rattoppate ma dignitose, che riposavano su uno strato di piume pronte ad accogliere i corpi. Un po’ sul fianco destro e un po’ sul sinistro, mentre le pagine del libro giravano e giravano, come pale che smuovono la fantasia. Lei era sdraiata. Un vestito strappato al passato dall'armadio, con le bretelle leggere e una fila di bottoncini davanti, si incastrava fra le gambe nude. In mano un romanzetto rosa. Sul comodino altri dello stesso genere attendevano il proprio turno. E altri ancora stavano per arrivare portati dalla cugina che abitava poco più su. C'erano scambi, come i bambini fanno con le figurine. Una collezione di visi innamorati di cartone fino e spiegazzato. Poi veniva il sonno e i sogni. L'aria era diventata più allegra. Uscivamo a giocare.


Pigiati come sardine sottolio, sorretti l’uno dall’altro. Potevi aggiudicarti il filo d’aria del finestrino più vicino solo se riuscivi ad alzare il viso verso il tetto dell’autobus. Dovevi restare con il naso in su per tutto il tragitto, mentre con l’occhio sbilenco vedevi la goccia di sudore del tuo vicino comparirgli sulla fronte e rimanere immobile. Un piccolo movimento e sarebbe precipitata, scomparendo tra le fibre della camicia.
Una donna era costretta alla porta, quasi la si volesse far scendere prima del tempo. Guardava fuori, del tutto priva d’interesse verso le nostre pene.
Fermata. Un’onda umana sciaborda tra le pareti di latta. Le porte si aprono. Solo lei scende. Riesco, nonostante tutto, a seguirla con gli occhi. Si siede su una poltrona lungo il ciglio della strada. Estrae dalla sua borsetta un libro e inizia a leggere.

leggi
F. Serra, Le brave ragazze non leggono romanzi, Bollati Boringhieri, 2011
(critica letteraria)

giovedì 6 ottobre 2011

"Il nostro tempo è limitato, per cui non lo dobbiamo sprecare vivendo la vita di qualcun altro. Non facciamoci intrappolare dai dogmi, che vuol dire vivere seguendo i risultati del pensiero di altre persone. Non lasciamo che il rumore delle opinioni altrui offuschi la nostra voce interiore. E, cosa più importante di tutte, dobbiamo avere il coraggio di seguire il nostro cuore e la nostra intuizione. In qualche modo, essi sanno che cosa vogliamo realmente diventare. Tutto il resto è secondario."
Steve Jobs


Comunicato di Wikipedia

Leggiamo il comunicato di Wikipedia:
http://it.wikipedia.org/wiki/Wikipedia:Comunicato_4_ottobre_2011
a proposito del
DISEGNO DI LEGGE
presentato dal Ministro della giustizia (ALFANO)
(V. Stampato Camera n. 1415)
approvato dalla Camera dei deputati l’11 giugno 2009
Trasmesso dal Presidente della Camera dei deputati alla Presidenza
l’11 giugno 2009
Norme in materia di intercettazioni telefoniche, telematiche e ambientali. Modifica della disciplina in materia di astensione del giudice e degli atti di indagine. Integrazione della disciplina sulla responsabilità amministrativa delle persone giuridiche
Leggi il documento